Bisogna ringraziare Lucia Annunziata, perché su “La Stampa” di sabato 22 marzo ha ricordato una cosa molto semplice: Berlusconi a che titolo parla di una cordata italiana per contrastare la proposta di Air France su Alitalia? Ai diversi osservatori delle nuove sortite elettorali di Berlusconi – fa notare Annunziata – sembra sfuggire un particolare: Berlusconi è il leader del Partito della Libertà e si candida a diventare Premier. La sua idea di una cordata italiana è solo un auspicio? La proposta di una soluzione tra le altre possibili? Va bene. Ma Berlusconi è andato oltre. Ha detto che nella cordata ci sarebbero i suoi figli e che starebbe convincendo altri imprenditori a spendersi per acquisire la compagnia di bandiera. Inoltre ha detto che il Ministero del Tesoro dovrebbe farsi garante di un prestito ponte. Tradotto: le banche dovrebbero prestare dei soldi ad Alitalia, nell’attesa che subentri la nuova proprietà, e lo Stato dovrebbe garantire la restituzione del prestito.
Come si chiama la proposta di Berlusconi? Semplice: conflitto di interessi. Un tema che non interessa più nessuno, tanto meno il Partito Democratico, timoroso non solo di scivolare sulla buccia di banane del sempre possibile fallimento di Alitalia (che chiama in causa le responsabilità di tutte le forze politiche, indistintamente), ma anche di dare fiato ai vecchi arnesi propagandistici di Berlusconi, che con abilità ha convinto per 14 anni gli italiani di vivere in un Paese normale, dove puoi fare il Presidente del Consiglio ed essere proprietario di tre delle sette televisioni nazionali. In un Paese come questo, sarebbe assolutamente normale se parenti e amici del Premier fossero proprietari della compagnia di bandiera.
Messo da parte il noioso problema del conflitto d’interessi, tutti gli osservatori si sono soffermati sul merito della soluzione avanzata da Berlusconi e sulle reazioni che ha provocato.
I sindacati, a fronte della prospettiva di migliaia di licenziamenti, parlano di ricatto di Air France. Dicono d’essere stati tenuti all’oscuro dal Governo. Dicono che non si è mai vista una trattativa dove il sindacato è chiamato solo a ratificare o meno un piano che non può essere discusso.
Se è vero che i sindacati non sono stati informati dal Governo, allora significa che non hanno più alcun peso nella politica italiana (e non solo in quella economica). Ma si può credere realisticamente a quest’ipotesi? Le sigle sindacali cui è stato presentato il piano sono nove; ma in questi giorni parlano solo i rappresentanti della Triplice. Quanto contano le altre sigle? E con quale legittimità queste organizzazioni si siederebbero al tavolo con Air France? Già tutti i sindacati scontano una grave crisi di rappresentatività del mondo del lavoro. In nessun modo potrebbero accettare d’essere esautorati da un qualsivoglia ruolo negoziale nella vicenda Alitalia, sarebbe un precedente rischioso. Infatti, Epifani prende tempo e dice che si dovrebbe rinviare la decisione a dopo le elezioni, mentre Angeletti mette le mani avanti e afferma che se Spinetta tornerà a Roma senza modifiche al suo piano, significherà che non è interessato a concludere l’affare. Bonanni va oltre e si lancia nell’analisi, sostenendo che il piano di Air France debba essere modificato perché drena traffico italiano su Roma per poi spostarlo sui voli internazionali in partenza da Parigi.
A parte le domande più banali (tipo: dove sono stati i sindacati in tutti questi anni di mala-gestione Alitalia? Dov’erano quando Alitalia poteva diventare un partner paritario di Air France); chi non ha avuto modo di leggere il piano si chiede se anche i sindacati l’abbiano davvero letto. Se fosse vero quello che afferma Bonanni, Air France sarebbe folle. Che il traffico italiano si diriga a Parigi per i voli intercontinentali è vero, come lo per altri hub importanti (tipo Francoforte). È più comodo partire in volo da Treviso e raggiungere Parigi per andare in India, che prendere un treno per Malpensa e poi da lì volare per Mumbai. Ma partire da Torino per andare a Roma, per poi andare a Parigi e poi a Pechino, sembra francamente un po’ troppo. Saranno pure cattivi, i francesi, ma non stupidi.
Quanto alla presunta cordata, l’unico dato certo è che nei mesi passati, dalla gara per Alitalia, si sono ritirati volontariamente pretendenti importanti e sono rimasti solo Air France ed Air One. Il Governo non ha ritenuto idoneo il piano di Air One e ha deciso di trattare in esclusiva con i francesi, i quali possono comunque garantire l’inserimento di Alitalia (o di quello che ne rimarrà) nel primo gruppo aereo europeo.
Ieri Prodi ha accusato i sindacati d’aver fatto scappare Lufthansa e i sindacati accusano Prodi di aver concesso ai francesi una strada privilegiata.
Sia chiaro: i francesi non sono generosi. Essendo degli investitori, fanno semplicemente calcoli il più possibile razionali. Secondo il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa Schioppa, Alitalia può garantire l’attuale numero di voli solo per due settinane, poi sarà costretta a fermare 100 dei suoi 178 velivoli, perché non avrà risorse sufficienti per acquistare il carburante. Il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, lo ha smentito, dicendo che Alitalia, all’inizio del 2008, ha presentato al Governo un piano per andare avanti sino alla fine dell’anno. I due ministri, alleati sino a due mesi fa, adesso sono in campagna elettorale l’uno contro l’altro. Ma entrambi sanno che Alitalia rischia di portare i libri in Tribunale o rischia, come minimo, il commissariamento (per differire e scongiurare il fallimento). E lo possono verificare, al di là della battute da campagna elettorale, anche i comuni mortali cittadini: per la semplice ragione che Alitalia è un’azienda quotata in borsa, obbligata a comunicare lo stato dei suoi conti (vedasi la sua posizione finanziaria netta al 31 gennaio 2008, che indica in 282 milioni di euro la disponibilità e i crediti finanziari a breve…)
Perché, allora, un investitore dovrebbe decidere di comprare un’azienda sull’orlo del fallimento? Non solo perché le sue attività residue valgono meno, ma soprattutto perché Alitalia è un’azienda protetta politicamente dalla concorrenza e ha slot preziosi da Roma e Milano (e dalle corrispondenti città europee con le quali è collegata). Anche Air One è razionale: infatti vuole Alitalia per cancellare quel minimo di concorrenza esistente sulla Milano-Roma, con buona pace dell’impotente Autorità per la Concorrenza.
Se anche arrivasse l’offerta di una cordata, si può credere nella forza e compattezza della sua eterogeneità? Chi comanderebbe davvero?
Ci sono discrete probabilità che la cordata non si materializzi e rimanga solo un velo per nascondere la paura elettorale di Berlusconi. Quello che Calderoli chiama “il Grande Hub della Malpensa” è il vero mal di pancia del Cavaliere. Chi la sentirebbe la Lega in questi giorni se Berlusconi non difendesse Malpensa dall’invasore straniero? Berlusconi deve prendere tempo e arrivare a dopo le elezioni. A quel punto anche i più accecati difensori di Malpensa dovrebbero riconoscere alcuni semplici dati di fatto: quello varesotto non è un hub, perchè è collegato male a strade e ferrovia (per colpa delle amministrazioni locali lombarde), perché non è al centro della pianura padana ma a due passi dalla Svizzera, perché i suoi voli intercontinentali non possono essere fisicamente alimentati dalle aree più industrializzate del Paese (a meno di non voler istituire dei fantasiosi Torino-Malpensa o Bologna-Malpensa…). Il Nord è disseminato di aeroporti, dai quali si raggiungono i principali hub europei. Malpensa può diventare un’ottima base per tutte quelle compagnie europee che vogliano farne un aeroporto point-to-point o può essere l’ hub per le compagnie asiatiche che vogliano collegarsi tramite Milano al resto dell’Europa (Tito Boeri invitava Formigoni a fare un viaggio in Cina per verificare l’interesse di qualche compagnia).
Le elezioni sono il 13 aprile e l’accordo con Air France è ancora lontano. Ma Spinetta (che oggi arriverà a Roma per presentare ai Sindacati alcune modifiche al suo piano) ha già fatto sapere che il 31 marzo non è un limite, lui è pronto a trattare ad oltranza… e alla faccia di Angeletti.


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