Non solo il Divo Giulio (a vita). Gli scranni del nostro Parlamento potrebbero ospitare pure il Divino Giuliano, che scenderà in campo alle Elezioni Politiche con la sua lista “Aborto? No grazie”.
Intervistato da un giornalista del TG2 (ven. 15 feb., edizione delle 20.30) - che gli chiedeva perché avesse rifiutato il confronto televisivo con Pannella sul tema dell’aborto - Ferrara ha detto d’essere portatore della Verità: la vita umana non è un’opinione, per cui non è possibile alcun contraddittorio (non in tv, forse in un teatro).
Secondo Ferrara la Verità, per esempio, è che a Napoli - dove la polizia, su richiesta anonima, è intervenuta in un ospedale per verificare la regolarità di un’interruzione di gravidanza avvenuta alla 21esima settimana - è stato “ucciso un bimbo perché malato“.
Le femministe lo accusano di definire assassine le donne che abortiscono? Non, è vero, dice Ferrara, perché lui si fa carico di “un impegno doloroso ma sempre più necessario: nominare le cose con il loro nome proprio, dire la verità”. E, aggiunge, “non vi do querela solo perché odio le querele”.
Una donna di Napoli ha deciso di ricorrere all’aborto terapeutico, perché c’era il rischio che suo figlio nascesse con malformazioni fisiche e con un ritardo mentale. Non c’era certezza ma rischio. Questa donna ha compiuto una scelta, probabilmente sofferta. La sua scelta è insindacabile. Non per Ferrara, che si è messo a studiare la sindrome di Klinefelter (diagnosticata al feto della donna) e ha tratto la sua conclusione: quello era un bimbo, ed è stato ucciso. Non contento, ha raccontato a tutti noi che pure lui ha i testicoli piccoli.
Probabilmente il titolo dato dal Foglio, (”Napoli, ucciso un bimbo perché malato”), come ama dire Ferrara, sarà stato “composto in tipografia da quella figura demenziale che è il Giornalista Collettivo”.
Demenze e sofismi a parte, sembra che Ferrara si sia erto a Dio.
Tradotto: chiunque non creda alla sua Verità, di Dio Illuminato “a 40 carati”, dice il Falso.
E poco importa provare a discutere non tanto e non solo sull’inizio della vita ma su cosa intendiamo per vita, quella vissuta quotidianamente e quella scolpita nei principi. Poco importa provare a ragionare sulla sofferenza che prova una donna che decida d’abortire, sulle molteplici cause (drammatiche o meno) che spingono ad abortire e sulla loro possibile rimozione, sulla libertà della donne di decidere del loro corpo, sulle responsabilità degli uomini nella procreazione e, più in generale, nell’espressione della sessualità.
Poco importa, perché Ferrara ha già la Verità in mano e come un profeta si prepara a divulgarla al Mondo intero. O, almeno, questa sembrava fosse la sua intenzione qualche settimana fa, quando dopo l’approvazione della risoluzione ONU sulla moratoria della pena di morte, aveva lanciato l’appello per una moratoria anche sull’aborto.
Attorno al tema dell’aborto (e degli altri “compromessi sulla vita”) Ferrara ci girava da un anno, evidenziando le contraddizioni di coloro che si battevano per principio contro la pena di morte senza estendere le stesse motivazioni ad eutanasia ed aborto. Nello stesso periodo pure il giornale della CEI, riprendendo le parole di Benedetto XVI, scriveva che per superare le obiezioni politiche alla moratoria sulla pena di morte occorresse difendere globalmente il primario diritto alla vita, proteggendolo anche dall’aborto e dall’eutanasia.
Ma i tempi non erano ancora maturi per la battaglia di Ferrara: occorreva logicamente il pronunciamento delle Nazioni Unite e, soprattutto, una fumata bianca oltre il Tevere. Dopo la presentazione della mozione all’Assemblea Generale (avvenuta agli inizi di novembre dello scorso anno), quando per le diplomazie già era chiaro che la moratoria sulla pena di morte avrebbe avuto buone probabilità d’essere approvata , l’”Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU dichiara alla Radio Vaticana” la necessità di inserire la moratoria “nel contesto del diritto alla vita”, ribadendo che “il diritto alla vita è un diritto che parte fin dal concepimento e va fino al termine della vita”.
Era la fumata ufficiale, ché quella ufficiosa non era mai venuta meno. Il 19 dicembre, giorno successivo all’approvazione della moratoria, Ferrara lancia il suo appello per la moratoria sull’aborto, “contro la strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti”, contro “il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza”.
Dopo tre mesi potevamo immaginarci Ferrara in giro per il mondo, tra dibattiti, convegni, tavole rotonde. Potevamo vederlo sfidare le autorità di Pechino per urlare le sue ragioni in piazza Tien An Men o incatenarsi a New York al Palazzo di Vetro per denunciare il silenzio sulla strage.
Invece Ferrara ha deciso di partire, con italico realismo, dal basso: una lista per essere eletti in Parlamento. Rendere di nuovo illegale l’aborto nel Paese che ospita il Vaticano sarebbe un successo. Ma Ferrara smentisce, dice di non voler attaccare la 194. E di fronte alla sua Verità non si discute.
Ci sarebbe da ridere, se non ci fossero migliaia di donne che vivono le loro tragedie lontane dalle nostre parole vuote.
Un suggerimento ai radicali e a chiunque abbia a cuore la salvaguardia della legge 194. L’Italia non è un Paese normale, dove si possa discutere serenamente di alcunché senza diventare nemici da annientare. L’Italia del “volemose bene” alla Veltroni e Rutelli non esiste, se non per chi decida di farsi i cazzi propri, chiudendosi nel personale orticello.
Fatevi promotori di un referendum contro la 194, prima che lo faccia qualcun altro.
Alla violenza verbale di queste settimane, al clima di sospetto che ha reso possibile l’intervento al Policlinico di Napoli, in un Paese normale si risponde con il confronto.
Ma questo è il Paese delle furbizie, del “ca nisciuno è fesso”, degli azzeccagarbugli. Allora tanto vale studiare bene la 194, individuare un articolo da abrogare e chiamare al voto gli Italiani. Qualcuno, oltre Tevere, potrebbe avere sorprese amare.
E qualche elefante potrebbe ritrovare la memoria.
20 Febbraio 2008 at 5:58 pm
Ho letto. Interessante. Pero’ c’e’ un problema.
“Una donna di Napoli ha deciso di ricorrere all’aborto terapeutico, perché c’era il rischio che suo figlio nascesse con malformazioni fisiche e con un ritardo mentale. Non c’era certezza ma rischio. Questa donna ha compiuto una scelta, probabilmente sofferta. La sua scelta è insindacabile.”
La Legge 194 non prevede aborto terapeutico.
GG
21 Febbraio 2008 at 12:50 pm
Se non vado errato (ma chiunque voglia correggermi sarà benvenuto), nella letteratura giuridica e medica è invalso l’uso dell’espressione “aborto terapeutico” per distinguerlo dal c.d. “aborto naturale” (fenomeno drammatico, molto diffuso, che spesso le donne vivono in totale solitudine, come un fallimento di cui vergognarsi).
L’aborto terapeutico indica, soprattutto per i giuristi, qualunque ipotesi di interruzione di gravidanza consentita dalla legge (a determinate condizioni) e praticata da medici e operatori sanitari in strutture pubbliche.
Impropriamente (e forse per semplificare, come ho fatto io nel mio post), si parla spesso di aborto terapeutico nel caso di interruzione praticata dopo 90 giorni dal concepimento. E’ la fattispecie prevista dagli articoli 6 e 7 della Legge 194, a precise condizioni:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
In caso di possibilità di vita autonoma del feto, l’aborto è consentito solo nell’ipotesi di pericolo per la vita della donna.
Ovviamente l’aspetto più discusso è quello relativo al “grave pericolo per la salute fisica e psichica della donna”. Quando questa condizione manchi e l’aborto sia praticato per eliminare un feto con rilevanti anomalie o malformazioni, allora si parla di c.d. “aborto eugenetico”.
L’aborto eugenetico è vietato dalla legge (e ciò è stato ribadito anche dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16123 del 2006).
10 Marzo 2008 at 10:58 am
se ci fosse la vera libertà alla vita, il vero valore del miracolo del concepimento senza i pregiudizi del rapporto sessuale extra-matrimoniale o pre-matrimoniale,se ci fosse la possibilità di garantire a tutti un lavoro e un guadagno dignitoso, l’assistenza sanitaria reale e gratuita per tutti, servizi che aiutano la cittadinanza ad affrontare le difficoltà relative all’assistenza di minori, e a persone non autosufficienti, sono certa che nessuna donna ricorrebbe all’aborto, non ci penserebbe nemmeno perchè la gravidanza sarebbe vissuta come un processo vitale assolutamente naturale e indispensabile e non un peccato infernale e/o una condanna a una vita di sofferenze e pregiudizi per sè e il nascituro.
24 Marzo 2008 at 7:49 pm
E’ fuori discussione che un problema etico che riguarda le interruzioni di gravidanza in Italia e nel mondo ci sia.
Ferrara ha deciso di sollevarlo, trovo importante che se ne parli, che se ne discuta perchè a mio avviso un legge funziona solamente se chi la applica vuol farla funzionare, mi spiego, se tutto questo polverone servisse a far migliorare il funzionamento dei consultori, ad adottare politiche per la vita,e a far capire veramente cosa significa abortire sfido chiunque a dire che non sia servito.
Onestamente credo che il grande errore che la nostra società sta facendo è di far passare l’aborto come una alternativa non estrema ma “normale”, minimizzandone l’impatto psicologico ed emotivo su chi decide di ricorrervi che comunque rimarrà segnato da quell’esperienza per tutta la vita….